Golf e razzismo

Augusta National Golf Club

Golfando , il blog di golf di TGCOM24, ha pubblicato – in data 26 giugno u.sc. – un articolo dal titolo : Ricorda la schiavitù : via il nome Masters da Augusta “ a firma di Sauro Legramandi. Lo scritto prende lo spunto da un precedente articolo uscito il 22 giugno dalla penna del  giornalista americano e di colore Rob Parker sul sito DEADSPIN.COM con un titolo più chiaro ed incisivo e che potrete leggere in forma originale cliccando su : We’ve Lived with ‘The Masters’ Name Long Enough. Parker, che della lotta contro il razzismo si fa appassionato portavoce in moltissimi suoi interventi relativi al mondo sportivo  , suggerisce che anche il golf dovrebbe dare segni di cambiamento sul tema dei diritti civili modificando , ad esempio, l’attuale nome del torneo di golf USA più famoso nel mondo , The Masters appunto, con il nome che tale competizione aveva avuto dalla sua fondazione avvenuta nel 1934 sino al 1939 : Augusta National Invitational Tournament.

Rob Parker

Le ragioni che giustificano tale richiesta da parte dello scrittore americano sono diverse ed appartengono ovviamente alla sua sensibilità ed alla storia di quella terra : ad esempio il golf club ove si gioca la competizione ha tenuto per lunghi anni politiche chiaramente discriminatorie come quella di non ammettere , tra i propri soci, giocatori di colore sino al 1990 nonché le donne sino al 2012, politiche queste peraltro perfettamente in linea con quelle adottate dallo Stato ove risiede l’Augusta : la Georgia. Oltre a ciò il club ha sempre richiesto caddies di colore e soltanto nel 1975 concesse al “ coloured golfer “ Lee Elder di partecipare, fra minacce e insulti di ogni genere, alla famosa competizione che assegna la tradizionale “green jacket” al vincitore. Un’altra ragione suggerita da Parker è riferita al significato che quella parola offre al sentire comune delle persone : Master , in quella lingua, significa infatti anche possessore di schiavi ed a conferma di ciò si fa notare come l’Augusta National fu costruito proprio su una piantagione di proprietà di un possessore di schiavi. Modificare il nome per dare un segno di inversione non è quindi una richiesta tanto stravagante o insulsa specialmente in un momento storico come l’attuale dove , proprio negli USA, le discriminazioni e le violenze contro i più deboli ( sopratutto neri ) si stanno intensificando con il placet di una amministrazione che strizza l’occhiolino ai dimostranti del “ white power “. Se si vuole poi la conferma dell’aria che si è respirata per anni all’ Augusta Master basterà ricordare il motto di Clifford Roberts, broker di Wall Street e co-fondatore dell’ Augusta National Golf Club : ” finché vivrò non ci sarà nulla al Masters oltre ai giocatori bianchi e ai caddie neri ” .

Per concludere,  l’ articolo apparso su Golfando riporta piuttosto fedelmente quanto pubblicato da Parker, tralasciando però il contesto nel quale lo scrittore si è mosso, e provocando così una serie di commenti che lasciano perplessi se non fosse che gli autori sono inequivocabilmente “italian white golfers “; infatti si va da chi definisce ‘ una farsa ‘  la proposta del giornalista americano, a chi ‘ si sente invogliato da tale iniziativa a diventare razzista così avrebbe un senso.. ‘ , a chi ancora – con puro spirito democratico – annuncia che con questa proposta “ la dittatura delle minoranze ( di colore ovviamente) è realtà “ e via così… Ci manca ancora per completezza ( ma non dovrebbe tardare visto il trend degli interventi  ) chi invita a non parlare di nazismo   perché – in quel caso – la voglia per la svastica e di tutto quello che ne conseguirebbe sarebbe per lui incontenibile…

Non mi sorprendo quindi se mi vengono in mente le parole profetiche di un mio vecchio e saggio amico che, molti anni fa, al termine dell’ennesima discussione sul razzismo – che i quotidiani di allora riferivano come continuamente in atto verso i neri negli Stati Uniti – alle mie certezze sul fatto che in Italia un tale fenomeno non si sarebbe mai potuto verificare mi fece notare la leggerezza della mia conclusione con la sua domanda  : “ ma in Italia quanta gente di colore abbiamo ? “ Già, aveva ragione lui, ripensandoci a quei tempi in Italia del nord (dove vivevamo entrambi ) avevamo solo i ‘ terroni ‘ , ma il paragone non poteva reggere,  per via del colore della pelle ovviamente. 

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( saf – 29.06.2020)

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