La favola a lieto fine di El Camaron

Ogni tanto si leggono storie che ci piacciono in modo particolare  (specialmente in questi tempi avari di racconti con il lieto fine)  come è questa di José de Jesus Rodriguez, un messicano di 38 anni nato e cresciuto sino a 12 anni nella cittadina di Iarapuato. Il racconto  è rimbalzato questo mese su tutti i giornali e siti di golf più diffusi nel mondo ed io ho scelto – per riasumerlo in modo esaustivo – quello che mi è sembrato il più completo  e pubblicato su Golf.com a firma del giornalista e commentatore Alan Shipnuck . E’ la storia , ma sarebbe meglio definirla una favola, di José de Jesus Ramirez da alcuni anni campione affermato nel mondo del golf messicano ma che solo  in questi ultimo periodo si è anche affacciato sui grandi circuiti del golf mondiale. Il racconto di un uomo straordinario che non si è mai arreso alle difficoltà della vita e che ha saputo riscattarsi grazie alla sue grandi doti di volontà, simpatia e disponibilità. 

El Camarón (gamberetto) , così soprannominato sin da piccolo perché nonostante la carnagione morenica le sue guance arrossivano vistosamente al sole , è il secondo di sette fratelli e sorelle di una famiglia che viveva in estrema povertà ricavando dal terreno del loro orto le poche verdure che dovevano contribuire in larga parte alla loro sopravvivenza. Rodriguez ricorda i suoi primi anni di vita sopratutto per la fame patita da lui ed i suoi fratelli ; infatti quasi tutte le notti i bambini andavano a letto doloranti per la fame finchè all’eta di 12 anni egli decide che non era più tempo di studiare ma di lavorare per aiutare il magro bilancio famigliare. Riuscì quindi a trovare una occupazione al Club de Golf Santa Margarita che distava 20 minuti di bicicletta da casa sua, e qui venne a contatto con una realtà a lui completamente estranea fatta di auto e abbigliamenti di marca , tavole generose ed anche con il gioco del golf praticato dai ricchi soci del club che riempivano l’aria con le loro chiacchere di come si facevano  i soldi negli Stati Uniti , accendendo così la fantasia del ragazzino. Per questo dopo tre anni decise che gli Stati Uniti potevano diventare la terra del suo futuro e così, con pochi pesos in tasca , si avventurò in un viaggio di 500 miglia – fatto grazie a soli mezzi di fortuna – con destinazione Nuova Laredo; aveva capito che in quella città di confine i cosidetti “coyote” ti offrivano – per qualche centinaio di dollari – la possibilità di trasportarti dall’altra parte del Rio Grande nel territorio del Texas. Camarón sapeva però che non avrebbe potuto pagare per il suo trasferimento ma non si perse d’animo e non rinunciò al suo progetto che prevedeva di attraversare a nuoto il grande fiume. Così, dopo aver studiato per alcune notti il guado nel punto di minor rischio decise che avrebbe tentato il  “giorno del Ringraziamento ” , e cioè quando la Border Patrol, per il personale ridotto dalla importante festività americana, avrebbe certamente allentato i turni di serveglianza del confine. All’ora notturna stabilita Camarón si tuffò nell’acqua gelida e con molta fatica riuscì a raggiungere l’altra sponda dove, senza fermarsi, cominciò a correre per ore finchè – esausto – si fermò a dormire in un fosso che lo lo avrebbe nascosto mentre i suoi unici indumenti asciugavano al sorgere del sole. Raggiunta al mattino la periferia di Laredo in Texas riuscì, grazie alla sua simpatia e disponibilità, ad aggregarsi ad una comitiva di operai ispanici che oltre a condividere inizialmente i loro pasti con lui si convinsero  di  portarlo con loro a Fayetteville, in Arkansas, dove erano diretti per montare tetti. Arrivati a destinazione il nostro clandestino entrò in contatto casualmente con un giovane avvocato ispano-americano che oltre ad essere un appassionato giocatore di golf era anche il nipote del responsabile dello staff di manutenzione dello Stonebridge Meadows Golf Club di Fayetteville che proprio in quel periodo era alla ricerca di personale . Questa prima opportunità di lavoro continuativo in terra americana lo vedeva impegnato dalle 6 del mattino alle 19 di sera con uno stipendio di 380 $ ed una sistemazione condivisa in comune con altri membri dello staff. In una intervista recente, a proposito del suo primo stipendio , ha confessato : Quando me l’hanno dato, ho pianto, poi ha marciato velocemente verso la Western Union e cablato ogni dollaro a mia madre a Irapuato “. Perché non mettere da parte un pò per te stesso? chiede il giornalista , “Ero abituato a non avere nulla mentre per la mia famiglia quei soldi significavano che potevano mangiare. Ero orgoglioso di inviarli. ” 

Gli anni che seguirono furono di duro lavoro che gli consentì non solo di continuare con le rimesse di denaro ai suoi familiari ma anche di far assumere nello stesso club suo fratello Rosendo e suo padre Chuche. Tutto andò a gonfie vele sino al 2004 quando lo Stonebridge Meadow Golf Club subì un cambio di gestione, e i Rodriguezes restarono senza lavoro. Rosendo e Chuche tornarono quindi in Messico mentre El Camarón rimase negli Stati Uniti per altri due anni adattandosi ai più svariati lavori : operaio, ambulante, stagionale per la raccolta del mais o delle fragole. All’inizio del 2006, compiuti i 25 anni, decide di ritornare ad Irapuato che aveva abbandonato all’età di 15 anni. La sua famiglia viveva ancora nello stesso appezzamento di terreno, ma la casa nel frattempo era stata completamente trasformata grazie sopratutto alle sue rimesse mensili ; la baracca fatiscente che aveva lasciato da ragazzino era diventata una robusta casa a due piani, con cucine complete ed un numero di bagni adeguati; ed anche la vita dei suoi fratelli era migliorata consentendo ad alcuni di continuare gli studi. Josè de Jesus decise  allora di ripartire dall’inizio, da dove era partito il quindicenne pieno di speranza e con tanta voglia di fare : tornò così  al suo lavoro di caddie al Club de Golf Santa Margarita ma questa volta, poco dopo l’inizio della sua lavoro, incontrò le simpatie di un frequentatore molto ricco del club, l’imprenditore farmaceutico Alfonso Vallejo Esquivel, che lo volle  come suo caddie di fiducia. Tra i due si consolidò un rapporto di stima e fiducia che trasformò il ricco Alfonso (con famiglia ma senza figli maschi) in pigmalione del giovane messicano nel quale egli vedeva una forte predisposizione per il golf; e fu così certo di questa sua convinzione che decise di pagargli la quota di iscrizione annua al prestigioso circolo per trasformarlo in un socio-giocatore con accesso libero al campo di gioco e successivamente di pagare anche alcuni mesi di seria preparazione ed allenamento per consentirgi di partecipare al Tour messicano di golf. Una scelta quest’ultima rivelatasi fondamentale per l’aspirante golfista che , passata la Qualifyng School nel 2008, vince la sua prima gara di rilievo nazionale a Puebla. Dall’anno successivo al 2011 vince altre quattro competizioni e comincia così a guadagnare le prime cifre di rilievo che gli consentono di mantenere la famiglia che aveva formato nel frattempo ( la moglie Bianca ed i suoi figli Ximena e José Jr ) e piazzarsi nella parte altra del ranking dei golfisti del suo paese. Ma la volontà e la tenacia del Camarón non si arrestano e anzi lo spingono verso il suo nuovo percorso da professionista di golf tanto che  il 2011 si conferma “anno della svolta”  per il nostro campione che si aggiudica proprio in quel periodo due importanti tappe del Canadian Tour – la prima in maggio al Mexican PGA Champioship ed il mese successivo il Times Colonist Island Saving Open – vincendo anche l’ ordine di merito del Tour. Sempre nell’anno si aggiudica altre due importanti eventi del Mexican Tour portando a 4 le vittorie totali ottenute nei dodici mesi.

Successivamente, dal 2013 al 2018, vince ancora diverse tappe del PGA Tour Latinoamérica sino ad approdare alla più importante vetrina del golf mondiale che annovera i più grandi giocatori del mondo : il PGA Tour. Ha già disputato 5 gare ed ha passato il taglio in tre confermandosi al 41mo posto come miglior piazzamento e , considerando la sua tenacia e serietà dimostrata sino ad ora sia sul suo percorso di vita che in ambito professionale, non stento a credere che sentiremo ancora molto spesso parlare di El Camarón e dei suoi strepitosi risultati sui campi di tutto il mondo. A conclusione dell’articolo dedicato a José de Jesus Rodriguez il giornalista Alan Shipnuck accosta il suo modo di giocare a quello di un grande campione nostrano : Francesco Molinari. Mi chiedo se ciò non dipenda anche dalla serietà e dall’impegno che entrambi hanno profuso con generosità sia nella loro vita privata che nell’attività sportiva. Certo è che la storia di questo golfista messicano dimostra che le favole a lieto fine possono realizzarsi solo se noi ci crediamo veramente. La sua volontà di riscatto è stata ammirevole e si traduce al meglio leggendo ciò che El Camarón ha dichiarato in una recente intervista ” voglio dare il buon esempio e dimostrare agli appassionati di golf statunitensi che siamo brave persone, pronte a lavorare sodo”.Ci crediamo tutti Camarón e ti auguriamo davvero grandi successi.

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saf – ( 29-01-2019)
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